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              Pam Grier l’attrice simbolo dell’emancipazione delle donne nere americane


Sono quattro le donne di colore che hanno profondamente inciso nella storia della propria comunità negli anni Settanta. Angela Davis, segretaria del filosofo Herbert Marcuse e leader del Partito Comunista Americano e del Black Panther Party. Aretha Franklin, la più grande voce femminile della storia della soul music, che è anche la prima donna di colore apparsa sulla copertina del settimanale Time. Toni Morrison la cui pubblicazione di ‘L’occhio più bello’ nel 1970 provocò un’esplosione di consensi e dissensi e risolveva un equazione fino ad allora sconosciuta: essere donna, nera, americana e scrittrice di romanzi. E infine Pamela Grier la più grande star nera della storia del cinema, le cui entrate ai box-office erano, al suo apogeo tra il 1973 e il 1976 superate solo da quelle di Barbra Streisand e Liza Minnelli.
Tra il 1971 e il 1975 Pam Grier ha girato quindici film, tutti prodotti dalla American International Picture, una casa di produzione specializzata nei films di serie B (per non dire di serie Z) nei quali esordì e mosse i suoi primi passi di attrice prima di farsi notare. In seguito diventerà la vedette di films dai titoli evocatori Hit Man (Pam mangiata dai leoni); Naked Warriors (Pam gladiatrice); The Big Bird Cage (Pam in prigione); Bucktown (Pam cowboy); Blacula (Pam vittima del vampiro) e ovviamente Coffy e Foxy Brown.
In questi films e in pochi anni Pam Grier è riuscita ad imporre sullo schermo l’immagine di una donna indipendente, intelligente, sicura di sé, forte e coraggiosa. Ma soprattutto emanava il suo fascino anche al di fuori dell’ambiente cinematografico. Pam Grier rappresentava la contraddizione vivente della famosa canzone di James Brown: It’s Man’s Man’s Man’s World. Di colpo Pam Grier rendeva obsoleto tutto quello che poteva raccontare Alice Walker ne Il colore porpora, romanzo-film nel quale le donne di colore vengono ridotte al rango di palliativi e bersagli delle vessazioni continue da parte di mariti carogne. Pam Grier invece, sembra l’incarnazione di quella parola d’ordine nella quale Aretha Franklin nel 1967 riassumeva tutti i suoi desideri e le sue pulsioni; ‘Respect’. E questo malgrado questa canzone fosse originariamente stata scritta da un uomo: Otis Redding.
La situazione viene spiegata bene da Elaine Brown, una delle dirigenti del Black Power nel suo libro Uscita dal ghetto, una donna "nel movimento rivoluzionario nero è, alla meglio, incongrua. Quello che ella afferma è una paria. Se cerca di assumere la direzione, deve fare delle alleanze, agli occhi dei fratelli, con le baldracche bianche femministe, lesbiche e contro-rivoluzionarie. Ella vìola i principi non scritti del Black Power. Se infine, riesce ad assumere un ruolo dirigente, minaccia la virilità dei neri e quindi mortifica il progresso della razza. Diventa una nemica del popolo nero". Anche se la storia del movimento di liberazione nero negli anni Settanta è stata studiata abbastanza a fondo, sono ancora diversi i capitoli che restano da scrivere tra cui quello dell’emancipazione della donna nera, che se un giorno sarà scritto potrà iniziare solo con Pam Grier. "Avrei talmente desiderato possedere nella vita la stessa forza che Pam Grier ha sullo schermo" scriverà nel 1975 sul magazine femminile Ms, Jamaica Kincaid in una lunga intervista all’attrice. Non è la sua scorza di superwoman, amplificata da un sex-appeal spietato e da una sensualità perturbante che avrebbe segnato le donne nere. Nel 1974 Playboy pubblicherà un servizio su Pam Grier ovviamente nuda; ma la rivista come si sa era già allora destinata alle attenzioni di un pubblico bianco molto attento e critico. Players l’equivalente nero della rivista soft-core di Hugh Hefner, pubblicava dopo poche settimane lo stesso servizio fotografico. Ma il corpo da Playmate di Pam Grier rivela ben altro che un semplice corpo nudo per quanto bello. Rivela cioè tutto il significato profondo della blaxploitation, cioè di una donna che è riuscita a superare i suoi stessi stereotipi di supermen e supewoman per inventare (e re-inventare) l’uomo e la donna ‘ordinari’ del cinema hollywoodiano, che fino a quel momento erano stati accuratamente evitati. Lo spettatore medio statunitense scoprirà così uno ‘specimen sconosciuto’ del nero sullo schermo, differente dal gangster, dal dealer o del pimp (il pappone) e cioè il middle class black men, l’uomo o la donna dai fine-mese difficili con una famiglia da allevare e i problemi ordinari della vita quotidiana. Come altri, ma meglio di altri, Quentin Tarantino tira definitivamente la lezione di questi insegnamenti e in Jackie Brown, propone una hostess 44enne (anno più anno meno) che si deve confrontare al suo invecchiamento e ad una esistenza precaria, nella quale i fallimenti hanno finito per accumularsi uno sull’altro, conducendola ad arrotondare il magro stipendio con trasporti illeciti per un trafficante d’armi dall’intelligenza dubbia.
Dice Pam Grier: "Gli anni Settanta sono stati un’epoca carina, sono la ricompensa delle lotte condotte nei due decenni precedenti. Ma soprattutto gli anni Settanta hanno definito la nozione di eroina. Delle donne si assumono, in pace con sé stesse. Non si tratta di castrare dei bravi maschi o di dirsi ‘io valgo di più di un’uomo’ oppure ‘io devo essere in competizione con lui’. Ma se lui non è a casa, noi non lasceremo tuttavia che la casa ci crolli addosso. Io volevo mostrare ai ragazzi che cosa li attendeva se avessero cercato di camminarci sopra. I nostri uomini cominciarono dal 1974 a ritrovarsi disoccupati a causa della crisi economica - una delle ragioni, tra l’altro per la quale la blaxploitation ha iniziato a perdere colpi: senza soldi, come avrebbero potuto i neri pagarsi un disco o un biglietto del cinema? - Cosa dovevamo fare, restare con i piedi all’aria? Esistevano migliaia di donne nere come Coffy o Foxy Brown, altrettanto forti come loro, altrettanto indipendenti e che si assumevano le proprie responsabilità, dicendo: ‘devo lavorare mio caro. E’ troppo tempo ormai che tu cerchi un lavoro’."
La vita di Pam Grier è tutto sommato parallela a quella della hostess, raccontata nel film di Tarantino; basta sommare le difficoltà, i problemi e le porte sbattute in faccia intuibili dietro al personaggio di Jackie Brown. E’ semplicemente il ritratto di una donna che ha passato tutta la sua vita a ricominciare. E questo, fin dalla più giovane età quando, a causa di un padre meccanico dell’United States Air Force, aveva dovuto abituarsi a traslocare ogni sei mesi. La sua vita sentimentale sembra una lunga sequenza di colpi a vuoto, dei quali la stampa hollywoodiana ha saputo approfittare e pubblicizzare. Se, nel paradiso dello star-system di Hollywod i protagonisti finiscono sempre per convolare insieme a giuste nozze come in un club felice, nell’inferno della blaxploitation i fallimenti finiscono per imporre e mantenere sempre il proprio primato sui soggetti.
Pam Grier é stata fidanzata di Kareem Abdul Jabaar il famosissimo pivot delle squadre di basket dei Milwaukee Bucks e dei Los Angeles Lakers negli anni Settanta e Ottanta. "Mi ha chiesta in matrimonio, ma bisognava che mi convertissi all’Islam. Io lo amavo più della religione, ma lui metteva la religione sopra di me".
A questo rapporto é seguito il fidanzamento con Richard Pryor, per diverso tempo la maggiore star di colore ai box-office e questa sembrava una di quelle unioni benedette dal cielo e dai giornali. Pryor era ed è un comico geniale, uno sceneggiatore e uno scrittore. La sua maniera di caratterizzare le patologie dei junkies e di tutte le relative forme di dipendenza (droghe, alcol, sesso) costituivano una miscela unica di duro realismo e fantasia barocca, molto prossima ai romanzi di Ralph Ellison e di Chester Himes. Pryor e Grier gireranno insieme nel 1977 un film strano ed incoerente Greased Lightning alla fine del quale Pryor s’innamorerà della sua nuova amante: la cocaina. "Era l’uomo della mia vita, ma non era il caso di eclissarsi con lui. Io intendevo lavorare con dei professionisti, ma mi serviva un uomo." Da allora Pryor recita le sue parti di stand-up comediant sulla sedia a rotelle vittima della sclerosi a placche, ma ha tuttavia trovato anche il tempo di scrivere un’autobiografia: Pryor convinctions, nella quale regola i conti con la sua ex-fidanzata e scrive: "Ero io la star, ma Pam non lo sopportava più. C’era un solo numero uno nella mia testa, e non era lei".
Dopo questo episodio Pam Grier ha vissuto alla fine degli anni Settanta ‘un buco di dieci anni’, cioè un’assenza dagli schermi identica a quella di tutti gli artisti di colore e con l’unica eccezione di Eddy Murphy.
"Mi sono alzata presto al mattino e ho sgobbato come una matta in teatro, ho pensato di riprendere i miei studi di medicina, ho anche vinto un cancro. Tutto questo ha determinato una vita molto densa". Prima di fare il suo grande ritorno in Jackie Brown, aveva girato delle parti in Escape from Los Angeles di John Carpenter e in Mars attacks! di Tim Burton. In quest’ultimo film è una madre di famiglia autoritaria che sculaccia i figli quando marinano la scuola per giocare con i videogiochi. Spiega Burton per giustificare la sua scelta: "Pam era la mamma che sognavo di avere da bambino, quando guardavo i suoi film". Ritorna in mente a tutti: Tarantino, Burton, Whoopi Goldberg, la rapper Foxy Brown e di tutta la generazione che è diventata adulta tra le braccia cinematografica di Pam Grier la sua parola d’ordine: ‘Respect’.


"Blaxploitation" : il cinema dei ghetti neri

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