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              Jackie Brown:il ritorno dellablaxploitation


Come spesso in passato è accaduto nella trama di diversi films di qualità, anche Jackie Brown è opera di un ladro. Come François Truffaut in La Nuit Americaine riprendeva la scena autobiografica di un ragazzino che rompeva la vetrina di un cinema per poter rubare delle foto di scena di Citizen Kane di Orson Welles, per Quentin Tarantino la scena autobiografica si svolge negli anni Settanta, dietro le sbarre di una cella del commissariato di quartiere di Torrance (località situata nella sterminata area suburbana di Los Angeles). Il piccolo Quentin vi si ritrova dopo avere tentato di rubare nella libreria commerciale del mall del quartiere il libro The Switch, un romanzo popolare di genere ovviamente pulp guardacaso di Elmore Leonard, già allora il suo scrittore preferito. Mamma Tarantino arriva di corsa, sudata e agitata e recupera velocemente il bambino, il quale, al suo primo sbaglio, promette solennemente di non rifarlo mai più. Oltre vent’anni dopo, il premiato e riconosciuto regista Tarantino adattava per la prima volta un romanzo di Elmore Leonard. Ma non si tratta di The Switch nel quale pure possiamo ritrovare per la prima volta due dei protagonisti di Jackie Brown, cioè Luis Gara e Ordell Robbie, due malviventi di piccola tacca la cui associazione produce sempre attriti e scintille, ma si tratterà invece di Punch Creolo, forse il romanzo più crepuscolare della serie, quello che riduce Gara e Robbie a pedine, lasciando il duo eclissarsi lentamente per fare invece posto a una donna: Jackie Burke nel libro; Jackie Brown nel film perché la Jackie in questione ha la pelle appunto brown, cioé nera. Come Tarantino del resto, che è nero di adozione.
Se si volesse riassumere Jackie Brown, come per immergerlo nell’acqua bollente per ‘sgrassarlo’ e liberarlo di tutti gli aiutanti e i personaggi secondari della vicenda, si otterrebbe semplicemente una storia d’amore. I personaggi principali sono o sarebbero una donna di colore quarantaquattrenne, hostess, con un misero salario che arrotonda trasferendo soldi sporchi per Ordell Robbie (interpretato da Samuel Jackson), un trafficante d’armi dall’intelligenza assai limitata (una sorta di replica del mentore di David Carradine nella serie televisiva Kung Fu) e di un uomo di una decina di anni più anziano di lei, Max Cherry (sullo schermo Robert Foster, un raro sopravvissuto degli anni Settanta, la cui carriera prima di questo film, oscillava tra un film erotico di serie Z e un film in costume di serie B) un banale assicuratore di cauzioni, con idee semplici ma chiare nella testa e che l’aiuterà a sottrarre a Ordell mezzo milione di dollari.
In una lettura molto essenziale in Jackie Brown l’umanità si divide in due sole categorie: gli has been (i già stati) e i never was (quelli che non sono mai stati) cioè in altre parole quelli che in futuro non saranno mai nessuno: Luis Gara (impersonato nel film Robert De Niro), lo sbirro di Ordell sprovvisto di neuroni, cioè quasi idiota vittima dell’attrazione di Melanie (Bridget Fonda) l’amichetta di Ordell, un premio oscar di abbronzatura artificiale e infine Ray Nicholet il poliziotto (interpretato da Michael Keaton) vestito perfettamente, ma ebete e inerte e soprattutto incapace di contenere e di arrestare una Jackie Brown, la cui bellezza lo soggioga.
Nella carriera di Tarantino, Jackie Brown rappresenta un passaggio decisivo. Se Reservoir Dogs e Pulp Fiction erano calati in un universo esclusivamente maschile nel quale i protagonisti discutevano dei differenti tipi di hamburger (‘Royal with cheese’) o dei piedi femminili o, infine della natura degli orgasmi di Madonna, Jackie Brown è un film nel quale il regista ha lasciato cadere quell’universo per…innamorarsi. Innamorarsi di una donna che si chiama Pam Grier la più grande attrice di colore degli anni Settanta, in compagnia dei films della quale Tarantino è diventato adulto.
Raramente i crimini dei registi risultano perfetti e i loro fantasmi restano indecifrabilmente legati all’infanzia: Jackie Brown è ancora una volta ambientato a Torrance e in due comunità confinanti della South Bay Area, Carson e Hawthorne, a pochi passi cioè dai luoghi nei quali Quentin Tarantino ha trascorso la sua infanzia.
Una zona dove le stazioni di servizio e i centri commerciali si allineano automaticamente l’uno all’altro sulle arterie principali, come se Dio non avesse creato l’uomo che con l’unico obiettivo di fare il pieno e spendere il proprio denaro nei mall, con l’unico scopo di consumare.
I differenti personaggi del film sembrano coerenti con un destino ineluttabile: rubano soldi, organizzano truffe e girano in automobile in un perimetro ridotto, in una estetica che fatica a definire luoghi che restano senza identità. Jackie Brown si fonda e allude al ricordo di sonorità ormai dimenticate; un vecchio disco in vinile dei Delfonics un gruppo soul di Philadelphia, che Jackie appoggia religiosamente sul giradischi, come certi inzupperebbero una madeleine nella tazza. Immagini polverose di visi ormai evanescenti e sfumati, quelle di Pam Grier e Robert Forster che Tarantino si contenta di evocare con forza, come se il cinema costituisse l’ultimo rifugio della magia.
Ma questa magia è nera e la sua chiave si chiama blaxploitation, termine con il quale si designa il cinema black degli anni Settanta. "Brown. Jackie Brown" dice Pam Grier alla sua prima comparizione nel film e in queste parole riecheggia un codice confidenziale nel quale molti intuiranno i rimandi. Brown come Foxy Brown la famosa superwoman giustiziera del ghetto, interpretata nel 1974 da Pam Grier.
E in effetti Jackie Brown sta alla blaxploitation come Chinatown di Roman Polanski sta al cinema noir o come Per un pugno di dollari di Sergio Leone allo spaghetti western. Un omaggio, un’opera che mobilita delle forme desuete, antiquate e obsolete, al solo scopo di sottolineare l’impossibilità di una resurrezione. Lo sguardo all’indietro di Tarantino sulla blaxploitation è fondamentalmente moderno, si tratta per lui di sottoporre il genere all’analisi, di disseccare il mito, di capire cosa si nasconde esattamente dietro i volti di Ordell Robbie o di Jackie Brown.
Anche Pulp Fiction funzionava con un meccanismo simile, mostrando un assassino a pagamento personificato da Samuel Jackson, che ad un certo punto decideva di lasciar perdere tutto ed errare per le strade del mondo distribuendo la Bibbia. Si può immaginare che Tarantino abbia girato tutto il film pensando alla scena finale tutta a mezze tinte, tra un Max Cherry incapace di dire a Jackie Brown che vorrebbe rimanere con lei e quest’ultima incapace di convincerlo a partire assieme a lei.
Jackie Brown s’impone sopra a questa magnifica contemplazione e trasforma le angosce dei suoi personaggi in urgenza metafisica, in paura d’invecchiare, in desiderio di fuga. Forse non è il film che ci si aspettava da Tarantino ma come i più ormai avranno capito questo regista non seguirà mai i gusti del pubblico e preferirà invece incalzarlo e sorprenderlo.


"Blaxploitation" : il cinema dei ghetti neri

Pam Grier

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