Michael Hardt - "Gilles Deleuze: un apprendistato in filosofia"

              Prefazione all'edizione italiana


Quando ho cominciato a scrivere questo libro, immaginavo che esso avrebbe corretto la lettura eccessivamente culturale di Deleuze, prevalente negli Stati Uniti. Questa ricezione culturale è dovuta probabilmente, alle peculiarità delle divisioni disciplinari nelle università statunitensi.

L’opera di Deleuze non è stata realmente accolta dall’establishment filosofico statunitense, nella misura in cui esso ruota essenzialmente intorno alla filosofia analitica; invece il suo lavoro ha spesso ispirato quelli che, come me, si sono formati in lettere e studi culturali. Ciò che mi ha colpito quando ho letto Deleuze — ciò che, precisamente, mi sembrava mancare nella lettura americana del suo pensiero - era la profondità del suo radicamento nella storia della filosofia europea. E poiché per poter affrontare il lavoro di Deleuze bisogna anzitutto sprofondare prima in Bergson, in Nietzsche, in Spinoza e negli Stoici… ho dovuto anche io imbarcarmi, sotto la sua guida, in un vero e proprio apprendistato filosofico, ed è stata un’esperienza meravigliosa.

Una volta finito il libro, mi sono tuttavia accorto che non ero più preoccupato dalla questione dei limiti disciplinari legata alle critiche culturali o filosofiche. Quello che invece richiedeva ormai tutta la mia attenzione, era il concetto di gioia, nel modo in cui Deleuze lo riprende da Spinoza, ma che poi sviluppa fino al punto di farlo diventare l’emblema stesso di tutta la sua opera. Gioia è l’aumento della nostra potenza del pensare e del fare, insieme alla nostra capacità di provare affetto; gioia è il percorso comune del nostro corpo con altri, che inventa nuovi rapporti e crea corpi sociali più potenti; gioia è una logica d’assemblaggio. La gioia così trabocca gli argini della filosofia, per invadere l’intero piano politico della democrazia e della fraternità. O meglio ancora: gioia, come piano d’immanenza assoluto, diventa un modo di essere. Questa gioia rimane l’enigma, ma anche la promessa, che il pensiero di Deleuze ci offre.

Michael Hardt. New York, dicembre 1999



Introduzione di Stefano Bonaga

Sinossi del libro

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